26 Novembre 2011
ROMA - In diretta tv mangiò verdure e altri prodotti provenienti dalla zona di Fukushima con l'intento di dimostrare che malgrado il gravissimo
incidente nucleare, non c'era pericolo di contaminazione radioattiva.
Ora al notissimo presentatore tv giapponese Otsuka Norikazu è stata
diagnosticata una grave forma di leucemia. Norikazu, 63 anni, raccontano
i media, era andato a farsi visitare a fine ottobre perché si sentiva
un nodulo sul collo.
I medici gli hanno diagnosticato una leucemia linfatica molto
aggressiva, che offre una possibilità di guarigione fra il 30% e il 40%.
Una coincidenza? Di sicuro la sua vicenda deve aver provocato un brutto
risveglio nei giapponesi, da sempre abituati a fidarsi di quanto
raccontato loro da governanti e autorità. Ma anche divenuti sospettosi
negli otto mesi e mezzo dal terremoto e tsunami dell'11 marzo dopo aver
assistito alle incertezze dimostrate dagli addetti ai lavori nel
trattare le conseguenze del disastro della centrale nucleare di
Fukushima e alle reticenze e le contraddizioni della compagnia gestrice
Tepco e anche del governo nel diffondere le informazioni sui tassi di
radioattività.
Nell'impossibilità di bloccare la fuoriuscita di acqua e di vapore
contaminati dai reattori andati in panne per il sisma e lo tsunami,
subito dopo il disastro la zona attorno alla centrale è stata sgomberata
per un raggio di 20 chilometri e sono state imposte restrizioni al
commercio di prodotti agricoli in un raggio di decine di chilometri.
Solo pochi giorni fa l'ultimo provvedimento ha colpito il riso della
regione di Onami, a 60 chilometri dal disastrato impianto nucleare, che
riportava tracce di cesio. L'onda lunghissima del disastro sta creando
danni immensi all'agricoltura perchè, malgrado le (poco convincenti)
rassicurazioni delle autorità sull'assenza di tracce radioattive su riso
e verdure e la fine della restrizione sulla commercializzazione dei
prodotti agricoli dalla prefettura di Fukushima già settimane dopo il
disastro, i giapponesi continuano a non fidarsi. E così, per tentare di
riportare fiducia, la stampa è stata chiamata sul sito della centrale
pochi giorni fa.
Alcuni personaggi pubblici si sono offerti di fare da cavie, di
assumersi pubblicamente dei rischi per tranquillizzare i titubanti
consumatori. A questo meccanismo ha prestato il suo corpo un politico,
Yasuhiro Sonoda, del Partito Democratico, al governo, che il primo
novembre ha bevuto pubblicamente un bicchiere d'acqua proveniente
direttamente dalla centrale. «Il semplice fatto di bere quest'acqua non
significa che la sicurezza sia confermata, ne sono cosciente», disse
Sonoda.
Poi il celebre presentatore Norikazu, che insieme alla sua giovane
assistente ha consumato un piatto di spaghetti di riso e verdure, tutto
rigorosamente prodotto nella famigerata prefettura di Fukushima.
«Intendo prendermi un periodo di riposo - ha confessato ora ai suoi
spettatori affezionati Norikazu - per colpa di una improvvisa e inattesa
malattia», promettendo di tornare al più presto «con il sorriso» alla
stessa ora di sempre. Forse ora si sta preoccupando la sua giovane
assistente che condivise con lui quel pasto davanti alla telecamera e
con lei i giapponesi che da quel gesto furono convinti a preoccuparsi di
meno.
07 Luglio 2011
I DOCUMENTI sonori che le inchieste di Repubblica/l'Espresso vanno pubblicando nella sezione dedicata del sito dimostrano qualche fatto
ostinatissimo.
In Rai, nel sistema pubblico televisivo, è stata
all'opera - e nessuno può escludere che ancora lo sia, se solo si
guarda a quel che combina ogni sera il direttore del Tg1 - un sodalizio
che, al servizio di un solo uomo, proprietario di Mediaset e capo del
governo, ha manipolato l'informazione. Ha corrotto il linguaggio. Ha
falsificato la realtà. Ha concordato l'agenda dell'attenzione pubblica
con il network concorrente. Ha schedato, discriminato e danneggiato i
discordi, ovunque fossero in quell'azienda: nelle redazioni, sul
palcoscenico, tra i funzionari e dirigenti della Rai.
Il
manipolo di infedeli (li si può definire così? O come altro li si può
definire?) ha tradito i più elementari principi di correttezza aziendale
e, quel che più conta, ha ingannato i telespettatori, i cittadini,
l'opinione pubblica.
È questo inganno lo scandalo perché - con
un'informazione che nasconde i fatti, li manipola e li confonde, li
omette o addirittura li sopprime - la libertà d'opinione viene umiliata,
la possibilità del cittadino di formarsi in autonomia una convinzione
sullo "stato delle cose" diventa una burla.
A fronte di questo
scandalo, è uno scandalo doppio l'indifferenza che vuole nascondere quel
che è avvenuto e ancora avviene. Sono di palese evidenza le
trascuratezze complici della politica, i silenzi colpevoli degli attori
istituzionali. A cominciare dalla magistratura. Per dire meglio, dalla
procura di Roma sempre all'altezza dell'antica definizione di "porto
delle nebbie".
L'inchiesta che consente di raccogliere le
conversazioni del drappello di uomini di Berlusconi al lavoro, nel suo
interesse, nel corpaccione della Rai nasce a Milano. S'indaga per una
bancarotta fraudolenta. Quando i pubblici ministeri ascoltano quelle
conversazioni saltano sulla sedia. La notizia di reato è limpida.
Ipotizzano l'abuso d'ufficio, per cominciare. Impacchettano ogni cosa -
intercettazioni e brogliacci - e spediscono i documenti a Roma,
competente per territorio.
Nella Capitale, l'affare è assegnato
al dipartimento della pubblica amministrazione della Procura, diretto
dall'"aggiunto" Achille Toro. La toga, oggi nei guai per aver violato il
segreto istruttorio a vantaggio dei corrotti e corruttori del "sistema
Protezione Civile", è sempre prudente quando in ballo ci sono interessi e
destini politici. Lo sarà anche in questo caso. Prima di mettersi in
movimento - e nonostante le intercettazioni confermino in modo nitido
gli abusi - l'inchiesta s'affloscia in una frettolosa archiviazione. È
soltanto la prima omissione, il primo nascondimento.
Oggi con
sotto gli occhi le interferenze dirette e indirette di Berlusconi e dei
suoi uomini sulla programmazione e l'informazione della Rai qualcosa
Viale Mazzini doveva muovere. Anche soltanto per dimostrare di essere
ancora in vita. È un paradosso fragoroso: se oggi il direttore generale
Lorenza Lei e il consiglio d'amministrazione, presieduto da Paolo
Garimberti, possono presentarsi davanti alla commissione parlamentare di
vigilanza con in mano una mossa, una replica, una qualche reazione allo
scandalo, lo devono non alla loro personale volontà di fare chiarezza,
ma alla determinazione di un alto dirigente (Gianfranco Comanducci),
oggi vicedirettore generale, di uscire pulito dall'"affaire".
È
per sua iniziativa che la Rai ha messo in movimento la struttura
aziendale dell'internal auditing che condurrà un'indagine interna. "Sia
ben chiaro - dice però la Lei - che non mi presterò e non consentirò che
l'azienda possa vedere pregiudicata la propria immagine sulla base di
processi sommari, prima ancora che siano accertate eventuali
responsabilità sulla base di fatti puntualmente dimostrati".
Non
si capisce quale dimostrazione puntuale attenda ancora Lorenza Lei. I
documenti sonori resi pubblici da Repubblica danno ragionevolmente prova
di tre circostanze.
1. I dirigenti piovuti in Rai da Mediaset o
addirittura dalla segreteria di Berlusconi (come Deborah Bergamini)
concordano con i dirigenti Mediaset (come Mauro Crippa) il palinsesto in
modo da non danneggiare gli ascolti del network privato del Cavaliere.
2.
I dirigenti della Rai di provenienza Mediaset definiscono con il capo
azienda (Flavio Cattaneo) e alcune direzioni giornalistiche la
manipolazione dell'informazione come accade con l'occultamento della
sconfitta di Berlusconi alle Regionali del 2005.
3. Quel
sodalizio politico-professionale, che chiamiamo per semplificazione
giornalistica "Struttura Delta", è organizzato e guidato direttamente da
Silvio Berlusconi (è con "il Dottore" che definisce le linee
strategiche del lavoro) e ha, tra l'altro, la missione di fare della Rai
un'articolazione del partito di Forza Italia.
Ora non
interessano i "processi sommari". Né importa il destino personale della
squadriglia di infedeli, sempre che facciano un passo indietro e non
coltivino l'ambizione di restare ai vertici dell'azienda pubblica. Quel
che conta è comprendere e neutralizzare il sistema di comando che il
tycoon di Mediaset e capo del governo ha imposto al servizio pubblico
radiotelevisivo e chiedersi se le tossine di quegli anni avvelenano
ancora la governance della Rai.
Per venirne a capo è necessario
sapere che cos'è la "Struttura Delta". Prima che un sodalizio, la
"Struttura Delta" è un dispositivo, un metodo di lavoro che consente di
disegnare la trama stessa della realtà, di eliminare ogni differenza tra
ciò che accade e ciò che la politica vuole raccontare. E' questo il
lavoro della "Struttura Delta". Per dirla con uno slogan, la sua
missione è rendere impossibile separare i fatti dalle costruzioni
ideologiche o dalla pubblicità politica. Chi ricorda, per fare solo un
esempio, il 2001 elettorale quando i telegiornali raccontavano le città
italiane attraversate da bande assassine di malavitosi mentre
Berlusconi, con il sostegno della Lega, incardinava la sua offerta
politica nella sicurezza in pericolo?
Il lavoro della "Struttura
Delta" non è altro che l'estensione all'informazione Rai e quindi al
discorso pubblico dei vecchi comitati editoriali della Fininvest. E'
noto. Una volta al mese, "i principali responsabili e attori della
comunicazione del gruppo" si incontravano ad Arcore con il Cavaliere per
"un franco e approfondito scambio di informazioni e di idee e tra gli
opinion makers".
Vediamo quali sono i presenti in una riunione
per molti versi storica (le notizie sono tratte da Passionaccia di
Enrico Mentana). È il 20 marzo del 1993 e per la prima volta Berlusconi
sostiene che "l'attuale situazione è favorevole come non mai per chi
provenendo da successi imprenditoriali voglia dedicare i propri talenti
al governo della cosa pubblica". È l'annuncio che il Cavaliere vuole
farsi leader politico. Quel giorno lo ascoltano, nella rituale riunione
mensile, il fratello Paolo, Letta, Confalonieri, Dell'Utri e Del Debbio
(allora in Publitalia), i mondadoriani (Tatò, amministratore delegato;
Mauri, direttore dei periodici; Monti, Panorama; Briglia e Donelli,
Epoca; Bernasconi e Vanni dei femminili; Orlando, il Giornale; Vesigna,
Sorrisi e Canzoni), i televisivi (il capo delle produzioni di Roma
Vasile, Costanzo, Ferrara, Fede, Gori, Mentana). Con il tempo si
aggiungeranno Paolo Liguori, direttore di Studio Aperto, Paolo Guzzanti
che avrebbe condotto un talk show televisivo, Vittorio Sgarbi e Giuseppe
Dotter, il direttore de La Notte.
Nel tempo sono cambiati i
nomi e gli incarichi, non il metodo. Ora immaginiamo la squadra di
Berlusconi, che già controlla buona parte dell'informazione e
dell'intrattenimento, allargata al direttore generale della Rai, ai
direttori di Rai 1 e Rai 2, ai direttori del Tg1 e del Tg2, come a dire
quasi del tutto all'altra metà dell'informazione e dell'intrattenimento.
Questa "squadra", questa "Struttura" consente a Berlusconi, presidente
del Consiglio, di decidere buona parte dell'attenzione pubblica perché
il 40 per cento non legge un giornale mentre tutti gli italiani (98.5
per cento) guardano la televisione e per il 70 per cento il telegiornale
è la sola e unica finestra sul mondo.
Il Cavaliere si ritrova
così tra le mani il controllo pieno dell'agenda dell'informazione.
Decide quel che avrà la posizione principale nelle news televisive e
sulle prime pagine dei giornali e, quel che più conta, stabilisce ciò
che il Paese saprà di se stesso e che cosa gli sta accadendo. Ordina
quel di cui discuterà o di che cosa non si discuterà.
È di
questo dominio incondizionato sull'attenzione pubblica e sulla realtà
che parlano i documenti sonori resi pubblici da Repubblica. Sollevano
una questione politica decisiva perché, come scrisse Carlo Azeglio
Ciampi nel messaggio alle Camere del 23 luglio 2002, "la garanzia del
pluralismo e dell'imparzialità dell'informazione costituisce strumento
essenziale per la realizzazione di una democrazia compiuta".
Quel
che il dispositivo della "Struttura Delta" mette in gioco è quella
garanzia e dunque la qualità della nostra democrazia, la sua
compiutezza, il diritto di informazione garantito dall'articolo 21 della
Costituzione. E' un diritto che può dirsi soddisfatto, si legge in una
sentenza della Corte Costituzionale (155/2002), "dal pluralismo delle
fonti cui attingere conoscenze e notizie - così da porre il cittadino in
condizione di compiere le proprie valutazioni avendo presente punti di
vista e orientamenti culturali e politici differenti - e
dall'obiettività e dall'imparzialità delle dati forniti, e infine dalla
completezza e dalla correttezza dell'informazione".
È
impossibile anche per un mago conciliare queste parole con l'inganno
imposto ai cittadini dalla posizione dominante della "Struttura Delta".
Lo scandalo è qui. Interpella la Rai, certo, ma anche la politica e chi
ha a cuore le parole della Costituzione.
23 Giugno 2011
Pertini, armato di pistola, incrociò sulle scale, per la prima e unica volta, Mussolini che scendeva, ma non lo riconobbe; in seguito scrisse
sull'Avanti!: «lui scendeva le scale, io le salivo. Era emaciato, la faccia livida, distrutto».
Anni dopo, sulle colonne dello stesso giornale, dichiarò: «Se lo avessi
riconosciuto lo avrei abbattuto lì, a colpi di rivoltella»
http://it.wikipedia.org/wiki/Sandro_Pertini (il mio Presidente!)
07 Giugno 2011
Benissimo! La redazione mi ha cancellato anche il post!
Direi che è fantastico!!!
Bravi tutti!
31 Maggio 2011
Da una parte gli ‘house horgan’ berlusconiani che continuano a picchiare duro, dall’altra i più miti consigli di Giuliano Ferrara e Vittorio Feltri (“Provveda a tutti noi oltre che a se stesso”). Sullo sfondo le richieste di rinnovamento che ormai arrivano da ogni parte del partito e
persino dalla Chiesa. I risultati del voto amministrativo di ieri,
potrebbero avere “un effetto domino e destabilizzare il governo
Berlusconi”, afferma Radio Vaticana nella sua edizione
in lingua francese a commento dei risultati dei ballottaggi. Il servizio
viene presentato con il titolo: ‘Berlusconi destabilizzato da un voto-
sanzione’ . “Nella piazza della cattedrale di Milano – afferma ancora la
radio della Santa Sede – i simpatizzanti di sinistra hanno festeggiato
con entusiasmo la vittoria di Giuliano Pisapia, che rappresenta
l’inizio, secondo loro, di una valanga che trascinerà Berlusconi”.
Quindi si parla “di un risveglio delle coscienze dopo anni di letargo, di uno schiaffo per il Presidente del consiglio italiano che potrebbe avere un effetto domino e destabilizzare il governo”.
Anche il quotidiano dei vescovi commenta positivamente i risultati del voto amministrativo.
Si profila probabilmente “una fase nuova per la politica italiana.
Certo faticosa, ma interessante e coinvolgente come possono diventarlo,
se condotte con lungimiranza, tutte le transizioni da un tempo politico a
un altro”, si legge su Avvenire. Vivremo ancora, prevede il direttore Marco Tarquinio,
“una stagione di governo difficile ed esigente” ma la “sberla” ricevuta
da Berlusconi, come ammesso da Maroni, e la complicata situazione del
Pd, che “pur essendo la principale forza di alternativa, si ritrova con
un ruolo scudiero proprio nelle due piazze simbolo di quest’elezione,
Milano e Napoli, ed è lontano dai massimi storici di consenso”, rendono
necessario l’avvio di “un cantiere” per lavori di “ristrutturazione”.
Di opinione ben diversa Il Giornale che
indossa l’elmetto e va in trincea. Anche se la campagna elettorale è
finita ufficialmente venerdì 27 maggio e ormai i risultati sono noti,
c’è chi non si arrende. Il Giornale di Alessandro Sallusti dedica al dopo-elezioni una copertina da battaglia ancora aperta.
A fianco di una foto con tanto di Duomo sovrastato da una bandiera di
Che Guevara e sotto un titolo enorme “Il grande psicodramma”, il
direttore dà la sua versione della sconfitta: “Una parte di moderati,
non andando a votare, ha deciso di dare il via libera a un sindaco
rifondatore comunista, Pisapia, già amico di terroristi prima e centri
sociali poi. Nonostante esperti politologi, raffinati sociologi e anche
qualche immancabile teologo ci abbiano spiegato negli ultimi quindici
giorni, e lo faranno ancor più oggi e nei prossimi, come tutto questo
abbia un senso profondo e fondamentale per i destini del Paese, noi
continuiamo a non capire e a ritenerlo più semplicemente una grande, enorme stronzata“. Sallusti ha il dente avvelenato. Ce l’ha con Vendola,
“padrino politico di Pisapia”, colpevole di aver chiamato “fratelli”
rom e musulmani (“Parla per te, gli sfruttatori di bambini e scippatori
di vecchiette saranno fratelli tuoi, io resto dell’idea che prima li
mandiamo via dalle nostre città meglio è per tutti”); ce l’ha persino con i milanesi che “se hanno deciso così alla fine saranno anche affari loro”; fino agli italiani tutti perché “non è pensabile che la maggioranza stia dalla parte dei
magistrati che ieri hanno indagato il presidente del Consiglio per le
interviste rilasciate ai tg di Rai e Mediaset, ultimo atto di una farsa
giudiziaria ormai senza fondo”.
Toni da battaglia anche su La Padania, il
quotidiano della Lega Nord. Nello ‘speciale amministrative’ sotto il
titolo principale “L’Italia sinistra dei fratelli musulmani”, la
giornalista punta sempre sullo stesso bersaglio, quel Nichi Vendola che
“si precipita a Milano e fa indossare il burqa alla bela Madunina.
Abbraccia anche i rom e annuncia: “Ora cambierà tutto, ma i padani non
sono pirla”. Pirla no, ma arrabbiati sì visto che ieri negli spazi
internet di Pdl e Lega non mancavano i militanti che puntavano il dito
contro la gestione della campagna elettorale e non risparmiavano accuse
al Carroccio stesso. “Non voglio infierire – sottolineava ad esempio
Vittorio – ma perdere Milano e Napoli dopo Jervolino è il massimo!
Quando si passano anni a sostituire le riforme con le polemiche sulle
stesse, si è solo scemi”. Chi si firma ‘milanese’ chiama in causa
direttamente Silvio Berlusconi: “Forse ora ci renderemo
tutti conto – si leggeva nel suo post – che le esternazioni di
Berlusconi hanno solo danneggiato la Moratti. Era una elezione di
sindaco non una elezione politica!!!”. Critico anche il messaggio
lasciato da ‘Monluc’: “Presidente Berlusconi riformare la giustizia è
sacrosanto (in silenzio) risolvere problemi agli italiani è essenziale
(ad alta voce) altrimenti si dà la zappa sui piedi”. Se la prende con il
Carroccio invece Luigi: “Io penso – scriveva – che Bossi abbia fatto il
doppio gioco non votando al I turno x accusare Silvio che gli errori
fatti sono suoi (x ricattare e chiedere altri ministeri”. Ma sul ‘banco
degli imputatì finisce Giulio Tremonti: “Chi semina
poco raccoglie poco o nulla. Questo detto da gente che da una vita vota a
destra. Siete immobili, sempre a far leva sui conti in ordine. E le
liberalizzazioni”.
Ad abbassare i toni ci prova Il Foglio, solitamente incendiario. La richiesta che arriva dall’Elefantino suona come un avviso di sfratto a Silvio Berlusconi. Giuliano Ferrara rilancia infatti l’idea delle primarie nel Pdl e,
sul suo quotidiano, pubblica una proposta di regolamento per l’elezione
del presidente del Popolo della libertà e dei coordinatori regionali.
Da svolgersi nel primo weekend di ottobre in tutta Italia, le primarie,
si legge, “saranno aperte a “tutti gli elettori che sottoscrivono una
formale adesione al programma di partito, dichiarano di esserne
sostenitori e versano un contributo di almeno cinque euro”. Per essere
candidati alla presidenza del Pdl, prosegue il regolamento, serve “una
riconoscibile esperienza di lavoro politico nel partito, anche di
governo e amministrativa”, insieme a “diecimila firme raccolte in almeno
due terzi delle regioni”. Per i coordinatori regionali sono invece
necessarie “tremila firme di sottoscrittori nella circoscrizione
regionale interessata” e “una esperienza di lavoro nel partito
regionale”.
E persino due pasdaran come Maurizio Belpietro e Vittorio Feltri
riconoscono la sconfitta, anzi “la batosta” subita dal Cavaliere e
provano a dare consigli al leader per risollevarsi dal “disastro”. E
mentre Feltri rivolge a Berlusconi una lettera, “Caro Cavaliere torni a fare il Berlusconi”, Belpietro si lancia in un’analisi del voto dal sapore molto amaro. Parafrasando
la celebre frase usata da Indro Montanelli nei confronti di Berlusconi
(il napoletano “chiagne e fotte” diventa “chiagne e non fotte”),
il direttore di Libero avverte: “Il disastroso risultato di Napoli e
Milano non è un campanello d’allarme. E’ una sirena, e di quelle che
bucano i timpani”. Guai a minimizzare perché “l’aria non è favorevole
all’attuale maggioranza”. E se i candidati sindaci hanno le loro colpe,
“è però l’assenza di speranza che ha pesato” perché “il centrodestra non
è stato capace di impersonare il cambiamento”. La soluzione? Prima di
tutto Berlusconi “torni a offrire agli italiani la rivoluzione
liberale”; lasci poi stare la giustizia (e ancora di più smetta di
parlarne con Obama&co.); ricominci dunque dai “problemi veri” perché
“chiunque lo conosca sa che il Cavaliere non vuole fare la fine del
perdente”. I consigli di Belpietro sono gli stessi di Feltri. In una
lettera aperta il direttore editoriale scrive: “Vari italiani si sono
resi conto che lei ha le mani legate e la testa occupata da enormi
problemi personali”. Come se non bastasse, scrive ancora Feltri, “il Pdl
non è più un efficiente comitato elettorale, ma non è mai diventato un
partito con gerarchia affidabile ed è dilaniato da lotte intestine” e
anche le “vicende di letto” che hanno contribuito a far
dire agli italiani: “ma questo Berlusconi ne ha sempre una, potrebbe
almeno evitare di esporre il fianco ogni 5 minuti alle accuse”. Come
uscirne? “Berlusconi torni a fare il Berlusconi, un uomo nel quale
potersi identificare”. Infine “un consiglio e una preghiera”: “Provveda a
tutti noi oltre che a se stesso”.
07 Aprile 2011
Ai referendum di domenica 12 e lunedì 13 giugno vota SI per dire NO.
1 - Vota SI per dire NO AL NUCLEARE.
2 - Vota SI per dire NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELL'ACQUA.
3 - Vota SI per dire NO AL LEGITTIMO IMPEDIMENTO.
RICORDATEVI CHE DOVETE PUBBLICIZZARLO VOI IL REFERENDUM... perchè Berlusconi non farà passare gli spot ne' in Rai ne' a Mediaset. Sapete perché? Perché nel caso in cui riuscissimo a raggiungere il quorum lo scenario sarebbe drammatico per Berlusconi ma stupendo per tutti i cittadini italiani:
1 - Se passa il SI per dire NO AL NUCLEARE, BERLUSCONI NON POTRA' PIU' FARE ARRICCHIRE I SUOI AMICI IMPRENDITORI CON I NOSTRI SOLDI E LA NOSTRA SALUTE.
2 - Se passa il SI per dire NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELL'ACQUA, BERLUSCONI NON POTRA' FARE ARRICHIRE I SUOI AMICI IMPRENDITORI LUCRANDO SU UN BENE DI PRIMA NECESSITA'.
3 - Se passa il SI per dire NO AL LEGITTIMO IMPEDIMENTO, BERLUSCONI NON POTRA' PIU' DIRE CHE HA LA MAGGIORANZA DEGLI ELETTORI DALLA SUA PARTE E DOVRA' DIMETTERSI.
Vi ricordo che il referendum passa se viene raggiunto il quorum. E' necessario che vadano a votare almeno 25 milioni di persone. Secondo la propaganda berlusconiana le cose devono andare a finire così:
1 - I cittadini si informano attraverso la Tv.
2 - Le Tv appartengono a Berlusconi.
3 - Berlusconi, per i motivi sopra indicati, non vuole che il referendum passi.
4 - Il referendum non sarà pubblicizzato in TV.
5 - I cittadini, non sapranno nemmeno che ci sarà un referendum da votare il 12 giugno.
6 - I cittadini, non andranno a votare il referendum.
7 - Berlusconi sarà contento, farà arricchire i suoi amici, si arricchirà, resterà al suo posto.
8 - I cittadini, continueranno a prenderla nel deretano.
Vuoi che le cose non vadano a finire cosi ? Copia-incolla e pubblicizza il referendum a parenti, amici, conoscenti e non conoscenti. Passaparola!
30 Marzo 2011
Intestino, polmoni, cuore, lingua, occhi, scarti di macelleria, ossa, denti, sale e grasso animale. Non, no
è la ricetta della zuppa di una strega ma gli ingredienti della “carne”
di un Doner Kebab.
Una moda spopolata in tutta Europa, il
kebab è diventato il fast food più diffuso, da Londra a Barcellona,
Roma, Berlino, Parigi, milioni di persone lo mangiano ogni giorno, senza
sapere che cos’è e quanto pericoloso è per la salute.
Mahmut Aygun, emigrato in Germania dalla
Turchia negli anni Settanta è stato uno dei primi fautori della
diffusione di questo alimento nel nostro continente. Pare che,
originariamente, nei paesi arabi dove è nato, il kebab fosse un piatto
artigianale e rustico di carne, anche abbastanza fresco e nutriente,
servito con verdure e salse speziate. Il Doner Kebab (ovvero la versione
“da passeggio”, diffusa dalla Germania in tutta Europa, ndr), invece,
non ha niente di nutriente, né di buono, purtroppo.
Quel sapore anche “non male” e a volte
appetitoso, che chiunque abbia mangiato un kebab conosce, non è
nient’altro il risultato della lavorazione della carne con quantità
spropositate di grasso animale e spezie: questo è quello che inganna il
palato.
Chi è abituato a mangiare hamburger da
McDonald od altre schifezze del genere, sa bene che il panino sembra
buono: questo è solo un sapore indotto dal grasso utilizzato nel
processo di lavorazione della carne.
Vi propongo i risultati di un’analisi
condotta in Inghilterra da un equipe di scienziati e nutrizionisti (il
testo integrale della ricerca è pubblicato di seguito in formato .pdf,
ndr) e spero che vi facciano cambiare idea al momento di decidere se
entrare in un “ristorante” che offre kebab.
più del 50% dei Doner Kebab contiene
carne diversa da pollo o vitello, la maggioranza dei kebab sono un
miscuglio di carni diverse, tra cui quella di pecora e di maiale; a parte nei kebab realizzati con un’amalgama di carni di vitello, pollo,
tacchino, pecora, maiale, in circa il 9% dei casi non si è potuta
individuare con chiarezza la natura della carne utilizzata nel processo
di triturazione; un kebab contiene tra il 98% (nel migliore dei casi analizzati) ed il
277% della quantità giornaliera di sale accettabile, oltre la quale la
salute di un essere umano è a rischio; un singolo kebab contiene tra le 1.000 e le 1.990 calorie (senza considerare le verdure e le salse, ndr); un altro dato scandaloso è che ogni kebab contiene tra il 148% ed il
346% della quantità di grassi saturi assimilabili giornalmente da un
essere umano (sempre considerando solo la carne, ndr); in quasi tutti i kebab analizzati si sono riscontrati batteri tipo
l’Escherichia Coli (un battere che espelliamo con le feci, ndr) e lo
Staphylococcus Aureus Oltre a questi dati, un ulteriore problema del buon Doner Kebab è legato
al processo di conservazione. La totalità dei kebab diffusi dalla
Germania in tutta Europa, contengono una quantità elevatissima di
conservanti ed additivi chimici, sostanze altamente cancerogene,
necessari per poter assicurare la conservazione del prodotto per mesi.
Inoltre, durante il loro trasporto ed all’interno degli stessi
stabilimenti dove sono venduti al pubblico, questi rotoloni di “carne”
sono soggetti a gravi interruzioni della catena del freddo, in seguito a
continui e ripetuti congelamenti e descongelamenti.
Buon appetito.
28 Marzo 2011
Si chiama Marina e proviene da Popoli, un comune in provincia di Pescara, a 50 km dell’Aquila. Ha partecipato il 25 marzo a una puntata di Forum assieme al suo fantomatico marito, che, in realtà, proviene da un paese vicino Chieti ed è noto in zona per la sua passione per lo spettacolo.
Il tinello mattutino di Rita Dalla Chiesa è stato la location per una tragica e squallida farsa propagandistica della grandeur berlusconiana-bertolasiana, al punto da scatenare l’ira degli aquilani e
dell’assessore all’Assistenza alla Popolazione del Comune dell’Aquila, Stefania Pezzopane.
Secondo molti commentatori in rete questa donna è una venditrice di
fiori. Quel che è certo è che la storiella mal recitata di due coniugi
reduci dal terremoto e miracolati da Berlusconi è
completamente farlocca. Dalla iperbolica testimonianza della donna
affiora un’immagine paradisiaca e sbrilluccicante dell’Aquila: dopo
la devastazione totale (“la casa si rigirava, cadevano tutti…eeehm…i lampadari, si sono staccati persino i termosifoni dal muro!”), una città completamente ricostruita nei centri storici, una specie di Eldorado dove “tutti hanno le case”, non c’è più paura e “solo 300 aquilani sono rimasti fuori e mangiano e bevono a spese dello Stato”. E via all’apologia del divo Silvio: “Dobbiamo ringraziare solo il presidente Berlusconi.
Non ci ha fatto mancare niente, ha dato a tutti case con giardini,
garage e tutti lavorano. Voglio quei soldi perché tutte le attività
hanno riaperto, tranne la mia. L’Aquila è in piena ricostruzione, sta
tornando come prima (…) Sono rimasti fuori solo 300/400 persone, stanno
in hotel perché gli fa pure comodo, mangiano, bevono e non pagano nulla,
pure io ci vorrei andare”. E non solo: nel centro storico della città “tutte le attività commerciali sono ricominciate, come e meglio di prima”.
Rincara la dose la padrona di casa Dalla Chiesa, pur illuminata dalla consapevolezza di “attirarsi le ire di tanti”: “Dovete ringraziare tanto anche Bertolaso, ha fatto un grandissimo lavoro“. Spellamenti di mani e standing ovation corale. E la carampana
berlusconiana aggiunge: “Un applausoooo! Quello volevo pure dire”.
Ma le prime timide reazioni contrariate si registrano dalle mail che
pervengono alla redazione e, a fronte di un pubblico parteggiante per
la berlusconiana ottimista, dalla testimonianza di una volontaria della
Protezione Civile, presente in studio. L’unica che sbugiarda i
panegirici tonitruanti della ridondante signora. Tutto però è sepolto
dai soliti gridolini isterici e dalla risatine innescate dalle penose
gag dei due falsi coniugi.
Qualcun’altra sopravvissuta al terremoto, come la signora Assunta Zaratti, rivela al canale aquilanoTV Uno di aver espresso tutto il suo sdegno con una telefonata alla redazione di Forum, che ha replicato alla donna affermando che la sua protesta voleva essere solo “politica”. “E’ vergognoso” – afferma la signora Assunta, tuttora costretta a vivere in albergo perchè la sua casa è ancora inagibile – “perchè ancora vivo in un hotel senza alternativa alcuna. E’ stato un teatrino indecoroso e commediante.” E chiede, a nome di tutti gli Aquilani, le pubbliche scuse da parte della trasmissione.
Indignata anche l’assessore Pezzopane che ha scritto una lettera alla Dalla Chiesa: “Durante la trasmissione – si legge nella missiva – persone che, mi risulta, nulla hanno a che vedere con L’Aquila, hanno parlato della situazione attuale, facendone un quadro distorto e assolutamente non veritiero.
Noi tutti che, a due anni dal sisma, di cui a giorni andremo a
commemorare l’anniversario, viviamo quotidianamente il dramma e la
desolazione di vedere la nostra città distrutta e abbandonata, ci sentiamo offesi e presi in giro. La nostra, oggi, è un’esistenza precaria,
in case provvisorie e scuole promissorie, senza i nostri luoghi, i
nostri spazi, la nostra stessa identità di comunità che fatica a
ritrovarsi. Gli anziani giocano a carte sotto le pensiline degli autobus
e i bambini hanno, come spazio di gioco, solo i centri commerciali.
L’economia è al tracollo, l’occupazione in affanno e temiamo che i
nostri giovani abbandonino la città se non partirà la ricostruzione, non
solo quella strutturale, ma anche quella sociale ed economica.”.
E continua: “La città che vive quotidianamente tutto questo, con
famiglie che hanno perso il lavoro e devono pagare i mutui sulle case
crollate, si è sentita ferita e vilipesa. Per questo la invito a venire all’Aquila per vedere con i suoi occhi come si vive qui e che cos’è stato il nostro terremoto”.
Stefania Pezzopane non si è limitata a scrivere tale epistola, ma ha commentato la farsa inscenata a Forum, “una fiction con finti aquilani che si spacciano per tali”. “40.000 sfollati e fra questi c’è una grossa percentuale che muore, che non rientra
ancora nella propria casa. Se avessero voluto raccontare storie vere,
qui ne abbiamo tante. Il fatto che si sia voluto rappresentare un dramma
con una storia finta la dice lunga sulle intenzioni dicerti mezzi di informazione che hanno oscurato L’Aquila per mesi e ora, alla vigilia del secondo anno, quando sono attesi mezzi
di informazione da tutta Europa in città, cercano di “ridimensionare”
un presente che non è quello raccontato”.
25 Marzo 2011
L’Europa può dire addio al nucleare in tempi brevi e diventare rinnovabile al 100%. Utopia? Eccessivo ottimismo? Invece no. È lo scenario proposto oggi da Greenpeace che dimostra come dire no all’atomo in tutta l’Ue senza perdere posti di lavoro ed energia. Si chiama “Europa e nucleare: green exit strategy” e presenta una possibile risposta alla crescente preoccupazione dell’opinione pubblica dopo il disastro in Giappone. Prima cosa, rottamare le centrali nucleari presenti sul territorio europeo. Seconda operazione, compensarne l’intero output energetico con la produzione da fonti rinnovabili, innalzando gli obiettivi di riduzione delle emissioni al 30%.
L’Europa, sostiene l’associazione, può rapidamente rimpiazzare i
reattori nucleari con fonti energetiche alternative e verdi. La
prospettiva, poi, risponderebbe alla tendenza negativa registrata dal nucleare nell’ultimo decennio di 7,6GW di potenza installata in meno, a fronte di 100GW in più di rinnovabile.
Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia sottolinea che “lo
scenario diffuso oggi dimostra come l’Europa possa velocemente
rottamare il nucleare senza dover fare ricorso a un accresciuto impiego
del carbone e delle altre fonti fossili. La produzione da fonte rinnovabile è sufficiente a compensare il gap che verrebbe dallo spegnimento dei reattori“.
Non solo, secondo Greenpeace, l’innalzamento alla soglia del 30% della riduzione programmata di emissioni di gas serra favorirebbe ulteriormente lo sviluppo della Green Energy,
con una ricaduta occupazionale di 940.000 nuovi posti di lavoro al
2020 (1.2 milioni al 2030); che per l’Italia potrebbe essere almeno di
115.000 nuovi occupati.
Nel rapporto di Greenpeace viene anche affrontata la questione degli
“stress test” per i reattori nucleari europei. Attualmente,
l’associazione li considera una foglia di fico apposta alle vergogne
del nucleare continentale e, a tal proposito, vorrebbe maggior rigore e
controlli.
Le richieste di Greenpeace all’Ue: - sostenere un programma per un’Europa rinnovabile al 100% al 2050,
eliminando rapidamente il nucleare e promuovendo l’efficienza
energetica;
- sostenere una riduzione unilaterale delle emissioni di gas serra
del 30%: un aumento del prezzo delle emissioni favorirebbe gli
investimenti in rinnovabili;
- applicare subito la Direttiva sulle Rinnovabili per raggiungere
obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni al 2020 e di
aggiungere obiettivi ambiziosi nel settore dell’efficienza energetica.
E Boraschi conclude proprio sugli stress test: “Mentre
suggeriamo una chiara strategia per tirarci fuori dalle sabbie del
nucleare, non possiamo accettare le risoluzioni adottate in materia di
sicurezza. Gli stress test alle centrali, previsti ora su base
volontaria, devono essere obbligatori per tutti gli impianti e
comportare l’immediata chiusura per quelli che risultassero non a norma“.
Scarica il rapporto “Europa e nucleare: Green Exit Strategy”
24 Marzo 2011
L’attacco alla Libia ha probabilmente molte cause, che non conosceremo finché non potremo leggere le carte segrete; e quando
potremo leggere le carte segrete, non gliene importerà più niente a
nessuno, come avviene oggi con il Vietnam.
La nostra ipotesi – non la verità, la nostra ipotesi - è che l’attacco alla Libia sia in buona parte quello che la buonanima di Lenin avrebbe chiamato un conflitto inter-imperialista.
In sostanza – le grandi imprese italiane, fortemente appoggiate dal governo, hanno investito fortemente in Libia; e la Libia ha garantito l’energia che manda avanti la famosa Azienda Italia. Che poi è quella che permette al centrodestra di sopravvivere elettoralmente.
Per farlo, le aziende italiane hanno accettato condizioni molto favorevoli al governo libico,
creando problemi seri alle aziende francesi. E queste ultime hanno un
rapporto storico con uno Stato ben più serio di quello italiano.
Sia chiaro, se gli imprenditori francesi decidono di scippare quelli italiani, la cosa non ci fa soffrire particolarmente, e non tifiamo minimamente per i secondi. Però, più che tifare, a noi interessa capire.
Mentre l’Italia poteva permettersi il lusso di tifare per gli
attacchi all’Iraq o all’Afghanistan, qui per la prima volta dovrà pagare
un prezzo altissimo; e i primi a doverlo pagare saranno gli
imprenditori italiani.
Da qui, una conseguenza assolutamente sorprendente. Certo, ci sono voci isolate di sinistra contro la guerra; ma la vera opposizione, dovuta a cause molto materiali, proviene dalla base del centrodestra, e viene cavalcata dalla Lega e dal quotidiano Libero.
Franco Bechis è un giornalista di Libero che fa da guardia del corpo mediatico di Silvio Berlusconi.
Lo fa però documentando le contraddizioni e le meschinità degli
avversari del barzellettiere nazionale, e quindi presenta spesso
materiali interessanti per chi, come noi, considera con lo stesso
disprezzo gli esponenti di entrambe le fazioni.
Basandosi su documenti dei servizi francesi e su un articolo della newsletter (a pagamento) Maghreb Confidential, Bechis racconta la storia di Nouri Mesmari, capo del protocollo di Gheddafi, fuggito in Francia dove lavora con il Dsge - i servizi segreti francesi – alla preparazione di una curiosa spedizione mista di imprenditori e militari francesi a Benghasi. La delegazione incontra a Benghasi Abdallah Gehani, un
colonnello dell’aeronautica che avrebbe poi preparato la rivolta libica.
Bechis racconta poi degli incontri tra Mesmari, il Dsge e i futuri dirigenti della rivolta…
Noi non crediamo, in genere, che una singola pista o una singola serie di incontri spieghi realtà enormi come una guerra.
Ma Franco Bechis presenta comunque un’interessante documentazione per
una futura ricerca sulle vere cause di questa guerra: come sempre, noi ci troviamo già in guerra, prima ancora di sapere perché.
Miguel Martinez Fonte: http://kelebeklerblog.com Link: http://kelebeklerblog.com/2011/03/23/libia-come-i-servizi-francesi-prepararono-la-rivolta/ 23.03.2011
SARKOZY MANOVRA LA RIVOLTA LIBICA
DI FRANCO BECHIS libero-news.it
Prima tappa del viaggio. Venti ottobre 2010, Tunisi. Qui è sceso con
tutta la sua famiglia da un aereo della Lybian Airlines Nouri Mesmari
(nella foto sopra), capo del protocollo della corte del colonnello
Muammar El Gheddafi. È uno dei più alti papaveri del regime libico, da
sempre a fianco del colonnello.
L`unico- per capirci- che insieme al ministro degli Esteri Mussa
Koussa aveva accesso diretto alle residence del raìs senza bisogno di
bussare. L`unico a potere varcare la soglia della suite 204 del vecchio circolo
ufficiale di Bengasi, dove il colonnello libico ha ospitato con grandi
onori il premier italiano Silvio Berlusconi durante le visite ufficiali
in Libia. Quello sbarco a Tunisi di Mesmari dura poche ore. Non si sa
chi incontri nella capitale dove ancora la rivolta contro Ben Ali cova
sotto le ceneri. Ma è ormai certo che proprio in quelle ore e in quelle immediatamente
successive Mesmari getti i ponti di quella che a metà febbraio sarebbe
diventata la ribellione della Cirenaica. E prepara la possibile spallata a Gheddafi cercando e ottenendo
l`alleanza su due fronti: il primo è quello della dissidenza tunisina.
Il secondo è quello della Francia di Nicholas Sarkozy. Ed entrambe le alleanze gli riescono.
Lo testimoniano alcuni clamorosi documenti della Dgse (direzione
generale della sicurezza estera), il servizio segreto francese e una
clamorosa serie di notizie fatte circolare in ambienti diplomatici
francesi da una news letter loro dedicata, Maghreb Confindential (di cui
esiste una versione sintetica e accessibile a pagamento).
Mesmari arriva a Parigi il giorno successivo, 21 ottobre. E da lì non
si muoverà più. In Libia non ha nascosto il suo viaggio in Francia,
visto che si è portato dietro tutta la famiglia. La versione è che è a
Parigi per delicate cure mediche e probabilmente per un`operazione. Ma
di medici non ne vedrai mai nemmeno uno. Quel che vedrà invece ogni
giorno sono funzionari del servizio segreto francese.
La riunione Sicuramente ai primi di novembre sono visti entrare
all`Hotel Concorde Lafayette di Parigi, dove Mesmari soggiorna, alcuni
stretti collaboratori del presidente francese Sarkozy. Il 16 novembre
c`è una fila di auto blu fuori dall`hotel. Nella suite di Mesmari si
svolge una lunga e fitta riunione. Due giorni dopo parte per Bengasi una
strana e fitta delegazione commerciale francese. Ci sono funzionari
del ministero dell`Agricoltura, dirigenti della France Export Cereales e
della France Agrimer e manager della Soufflet, della Louis Dreyfus,
della Glencore, della Cani Cereales, della Cargill e della Conagra.
Una spedizione commerciale, sulla carta, per cercare di ottenere
proprio a Bengasi ricche commesse libiche. Ma nel gruppo sono mescolati
anche militari della sicurezza francese, travestiti da business man.
A Bengasi incontreranno un colonnello dell`aereonautica libica
indicato da Mesmari: Abdallah Gehani. È un insospettabile, ma l`ex capo
del protocollo di Gheddafi ha rivelato che è disposto a disertare e
che ha anche buoni contatti con la dissidenza tunisina.
L`operazione è condotta in gran segreto, ma qualcosa giunge agli
uomini più vicini a Gheddafi. Il colonnello intuisce qualcosa. Il 28
novembre firma un mandato di cattura internazionale nei confronti di
Mesmari.
L`ordine viene trasmesso anche alla Francia attraverso i canali protocollari.
I francesi si allarmano, e decidono di eseguire formalmente l`arresto.
Quattro giorni dopo, i12 dicembre, viene fatta filtrare la notizia
proprio da Parigi. Non si indica il nome, ma si rivela che la polizia
francese ha arrestato uno dei principali collaboratori di Gheddafi. La
Libia si tranquillizza sulle prime. Poi viene a sapere che Mesmari è in
realtà agli arresti domiciliari nella suite del Concorde Lafayette. E
il raìs comincia ad agitarsi.
La furia del raìs Quando arriva la notizia che Mesmari ha chiesto
ufficialmente alla Fancia asilo politico, Gheddafi si infuria fa
ritirare il passaporto perfino al suo ministro degli Esteri, Mussa
Kussa, accusato di responsabilità nella defezione e nel tradimento di
Mesmari. Poi prova a inviare suoi uomini a Parigi con messaggi per il traditore:
“torna, sarai perdonato”. Il 16 dicembre ci prova Abdallah Mansour,
capo della redio-televisione libica. I francesi però lo fermano
all`ingresso dell`Hotel. I123 dicembre arrivano altri libici a Parigi.
Sono Farj Charrant, Fathi Boukhris e All Ounes Mansouri.
Li conosceremo meglio dopo il 17 febbraio: perché proprio loro
insieme ad Al Hajji guideranno la rivolta di Bengasi contro i miliziani
del colonnello. I tre sono autorizzati dai francesi a uscire a pranzo con Mesmari in un
elegante ristorante sugli Champs Elysèe. Ci sono anche funzionari
dell`Eliseo e alcuni dirigenti del servizio segreto francese. Tra Natale
e Capodanno esce su Maghreb Confidential la notizia che Bengasi
ribolle (in quel momento non lo sa nessuno nel mondo), e perfino
l`indiscrezione su alcuni aiuti logistici e militari che sarebbero
arrivati nella seconda città della Libia proprio dalla Francia. Oramai è
chiaro che Mesmari è diventato la levain mano a Sarkozy per fare
saltare Gheddafi in Libia. La newsletter riservata su Maghreb comincia a
fare trapelare i contenuti della sua collaborazione.
Mesmari viene soprannominato ” Libyan Wikileak”, perché uno dopo
l`altro svela i segreti della difesa militare del colonnello e racconta
ogni particolare sulle alleanze diplomatiche e finanziarie del regime,
descrivendo pure la mappa del dissenso e le forze che sono in campo. A metà gennaio la Francia ha in mano tutte le chiavi per tentare di
ribaltare il colonnello. Ma qualcosa sfugge. Il 22 gennaio il capo dei
servizi di intelligence della Cirenaica, un fedelissimo del colonnello,
generale Aoudh Saaiti, arresta il colonnello dell`aeronautica Gehani,
il referente segreto dei francesi fin dal 18 novembre.
Il 24 gennaio viene trasferito in un carcere di Tripoli, con l`accusa
di avere creato una rete di social network in Cirenaica che inneggiava
alla protesta tunisina contro Ben AL. È troppo tardi però: Gehani con i
francesi ha già preparato la rivolta di Bengasi.
avanti > |